Equity ed io: un po’ presidente, un po’ consulente

Pubblicato il 08/05/19 in Evidenza, Interviste

Dopo molto tempo, ho deciso di riprendere le  interviste  alle associazioni clienti di tornaconto&c., ma questa è davvero un’intervista bizzarra perché…la faccio a me stessa.

Ebbene si, oltre ad essere titolare di tornaconto&c. sono anche presidente dell’organizzazione di volontariato Equity.

Perché mi faccio questa intervista? Non certo per megalomania perché sono una persona schiva e non sono a mio agio al centro dell’attenzione.

Ma la mia storia assomiglia a quella di tantissimi altri dirigenti che incontro durante i  corsi di formazione che svolgo dentro le associazioni, le  consulenze ed i  seminari gratuiti.

Quindi ho pensato che raccontare la storia di Equity e i motivi che mi hanno spinto a fondarla fosse un modo per spiegare la passione che spinge tutti i dirigenti e i volontari del mondo non profit.

Dedico questa intervista a loro.

 

Perché è nata Equity?

Equity si occupa di politiche sociali, di diritti umani, civili e libertà individuali, di politiche di genere e di integrazione sociale.

È nata 3 anni fa dalle ceneri dell’associazione Caleido, della quale volevo tramandare i risultati raggiunti e continuare il percorso.

Faccio un esempio per essere chiara: l’associazione Caleido riuscì a far approvare nel 2010 la  Legge regionale n.8/2010  contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

Io allora facevo parte della  Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e contribuii a scrivere quella proposta di legge. Poi mi battei fino all’ultimo per la sua approvazione.

Oggi sento il dovere di muovermi affinché quella legge venga pienamente applicata.

Per non disperdere un patrimonio di principi, di lavoro ed energie che molte persone, compresa me, avevano investito in quella legge.

Quella legge è un esempio, ma potrei farne molti altri.

Soprattutto in questo periodo storico, in cui i diritti acquisiti e dati per scontati vengono minacciati, sento la responsabilità di fare la mia parte, da semplice cittadina.

Ho cercato intorno a me altre persone che sentissero questa esigenza e insieme abbiamo fondato l’associazione Equity.

 

Cos’ha fatto finora Equity?

Il nostro primo obiettivo era costruire una rete di collaborazioni, perché so per esperienza che il vecchio detto “l’unione fa la forza” è verissimo.

Grazie a questa rete, in poco più di tre anni abbiamo realizzato:

  • la proiezione in prima nazionale di un documentario sulla normalità, in collaborazione con l’associazione  Ginolimmortale;
  • una giornata di approfondimento durante la giornata internazionale della donna, in collaborazione con l’associazione  Amad;
  • un progetto di educazione alla pace che è ora in corso, in collaborazione con l’associazione  Arci Servizio Civile Ancona.

Infine, in rappresentanza di Equity, oggi faccio parte del  Forum permanente contro le molestie e la violenza di genere  della Regione Marche.

 

Perché ho deciso di impegnarmi in una associazione anziché godermi il tempo libero?

A pensarci mi rendo conto di essermi sempre occupata di associazioni, fin da quando a vent’anni fondai un centro di aggregazione giovanile a Macerata.

Da lì in poi ho continuato a fare volontariato.

Sono diventata amministratrice di un teatro stabile per bambini e di una rete associativa provinciale; poi dirigente di Arci Ancona e Arci Marche; poi presidente dell’associazione Caleido ed ora sono presidente dell’associazione Equity.

Mi sono sempre interessata di politiche sociali, politiche giovanili, violenza contro le donne e tematiche LGBTI.

In tutti questi anni ho realizzato, insieme ai miei compagni di viaggio, tantissimi progetti.

Quello al quale sono più legata è senz’altro “Bulli in ballo”: una ricerca scientifica sul bullismo nelle scuole marchigiane e un corso di formazione per gli insegnanti, che scrissi e realizzai nel biennio 2005-2007, grazie al finanziamento di molte istituzioni locali e regionali.

Per me l’associazionismo è cittadinanza attiva, vuol dire contribuire in prima persona alla crescita della mia comunità e del mio Paese.

Significa partecipare alla vita politica attraverso un linguaggio diverso (culturale, sociale, educativo), che arrivi alle persone coinvolgendo organizzazioni, rappresentanti e istituzioni.

Lo sento come dovere civile verso me stessa e gli altri.

 

Le sfide maggiori che ho incontrato o che mi ritrovo ad affrontare più spesso

Quando si trattano argomenti delicati e complessi la sfida è farlo in modo semplice, chiaro, non aggressivo.

Il linguaggio giusto è quello inclusivo, che permette a tutte le persone di riconoscersi e sentirsi parte di una comunità.

Perché i diritti umani non sono cose che cadono dall’alto e neanche gentili concessioni.

Sono valori che appartengono ad ogni persona semplicemente perché è viva, indipendentemente da chi sia, come sia o da dove viva.

 

Una cosa negativa, ma anche una positiva, del mondo dell’associazionismo

La cosa negativa è senz’altro quella che io chiamo la “sindrome del più bravo”.

Spesso le associazioni pensano di essere le uniche ad occuparsi di qualcosa o di farlo molto meglio degli altri.

Questo modo di porsi genera conflitti e blocca qualsiasi collaborazione, miglioramento, sviluppo o trasformazione.

Queste associazioni sono le peggiori nemiche di sé stesse perché:

  • non riescono a vedere in prospettiva,
  • non investono nel lungo periodo,
  • fronteggiano i cambiamenti con grossa difficoltà;
  • non riescono a trasmettere valori e competenze.

Le cose positive sono due.

La prima è che nella mia vita ho fatto parte di tante associazioni che mi hanno fatto crescere, dandomi l’opportunità di confrontarmi con altre persone e di mettermi alla prova lavorando su grandi obiettivi.

In poche parole è grazie a tutti loro se oggi sono quella che sono.

Anche la decisione di creare tornaconto&c. è derivata da questo continuo processo di crescita.

La seconda cosa positiva è proprio questa: essendo anche consulente dell’associazione – oltre che presidente – ho sempre sotto controllo tutti gli aspetti contabili, amministrativi e gestionali.

Quindi posso dormire tranquilla, senza il timore di essermi affidata a consulenti che sanno appena cosa sia il Terzo Settore.

Germana Pietrani Sgalla

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