La responsabilità negli enti non profit

Quali sono le nuove responsabilità di dirigenti e soci degli enti che si iscriveranno al  Registro Unico Nazionale del Terzo Settore?  E quelle degli enti che non si iscriveranno al RUNTS?

Una delle prime domande che mi pongono i presidenti neo eletti degli enti non profit nostri clienti è: “Cosa rischio come presidente?”.

La risposta è molto articolata, poiché:

  • le norme sono cambiate molto negli ultimi anni;
  • le sentenze giudiziarie hanno chiarito, nel bene e nel male, i profili di responsabilità incerti;
  • la gamma delle associazioni è ampia e le responsabilità cambiano di conseguenza.

In questo articolo cercherò di rispondere a quella domanda e darò alcuni consigli per aiutare i dirigenti non profit (non solo i presidenti) a lavorare con più consapevolezza.

 

Le responsabilità verso l’esterno

Le responsabilità dei soci rispetto alle obbligazioni assunte con l’esterno (fornitori, banche, ecc.) le ha descritte molto bene l’avvocato Daniele Valeri, nostro collaboratore, in  questo articolo.

Non sto quindi a ripeterle. Aggiungo solo che restano valide anche dopo la riforma del Terzo Settore.

Anzi, il  Codice del Terzo Settore  ha rafforzato i profili di responsabilità degli amministratori.

Infatti l’art.28 del CTS stabilisce che: “Gli amministratori, i direttori, i componenti dell’organo di controllo e il soggetto incaricato della revisione legale dei conti rispondono nei confronti dell’ente, dei creditori sociali, del fondatore, degli associati e dei terzi ai sensi degli artt.2392, 2393, 2393-bis, 2395, 2396 e 2409 del codice civile e dell’art.15 del D.Lgs n.39/2010, in quanto compatibili”.

In parole povere il legislatore ha scelto di applicare, in tema di responsabilità degli amministratori degli Enti del Terzo Settore (ETS), la disciplina prevista dal Codice civile per le società commerciali.

Questa scelta è dettata dalla considerazione che sempre più spesso gli enti non profit svolgono attività commerciali per finanziare le attività istituzionali.

Anche se i profitti delle attività commerciali vengono utilizzati per scopi solidaristici e di utilità sociale, il legislatore ha ritenuto che fosse opportuno uniformare il regime delle responsabilità con quello previsto per le società commerciali.

Inoltre, ha ritenuto che i vantaggi fiscali di cui godono gli ETS dovessero essere bilanciati da un rafforzamento della diligenza e della professionalità richiesta a chi li amministra.

Uniformando le responsabilità ha voluto tutelare non soltanto l’ETS rispetto all’operato dei singoli dirigenti e/o soci, ma anche tutti gli altri soggetti coinvolti, direttamente o indirettamente, nelle attività dell’ente.

 

La diligenza del buon padre di famiglia non basta più

Amministrare un ente non profit è diventato più complesso e non bastano più passione, onestà e buona volontà.

Lo dico e lo scrivo da anni: ormai bisogna rendersi conto che non è più possibile gestire un ente non profit “alla buona”.

Le regole da conoscere sono tante, come anche gli obblighi contabili e di  trasparenza.

Oggi gli amministratori di un’associazione sono tenuti a svolgere il proprio ruolo impiegando la diligenza del buon padre di famiglia, ma anche la diligenza richiesta “dalla natura dell’incarico o dalle competenze professionali” (art.1176 c.2 cc.).

Vuol dire che devono avere capacità e competenze tecniche adeguate al ruolo o al compito da assolvere.

Questo è quanto sostiene sia la normativa vigente che la giurisprudenza più recente.

Tant’è che il Codice del Terzo Settore prevede:

  • la possibilità che lo statuto subordini l’assunzione della carica di amministratore al possesso di specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza (art.26 c.3);
  • una serie di sanzioni amministrative per i dirigenti degli ETS (art.90 c.1,2,3).

Per lavorare serenamente è quindi fondamentale essere consapevoli di ciò che si è in grado di fare e – quando serve – chiedere aiuto a consulenti esperti di Terzo Settore.

Nessuno nasce imparato e nessuno è in grado di fare tutto.

Io per prima, che sono anche  presidente di un’associazione,  l’ho imparato a mie spese in gioventù.

Ecco perché con tornaconto&c. ho creato una rete di collaboratori che conoscono bene il Terzo Settore (per saperne di più guarda i  servizi  che offriamo).

 

La responsabilità verso l’interno

Spesso non ci si pensa, ma i dirigenti non profit rispondono del proprio operato anche ai soci dell’ente.

Senza entrare troppo nello specifico, perché la casistica sarebbe vastissima, diciamo che amministrare l’ente senza la dovuta perizia, potrebbe arrecare danni all’ente stesso.

Per esempio se durante un accertamento emergesse che l’ente:

  • svolge attività commerciali che non rispondono al requisito della secondarietà rispetto alle attività istituzionali;
  • effettua raccolte fondi cedendo beni/servizi che non sono di “modico valore”;
  • eroga  compensi ai soci  senza rispettare i limiti previsti dal CTS;

l’ente rischierebbe la perdita della qualifica di ente non commerciale o dei benefici fiscali di cui gode.

Di conseguenza l’ente potrebbe intraprendere nei confronti dei propri amministratori un’azione sociale di responsabilità.

Il danno che gli amministratori potrebbero essere costretti a risarcire all’ente sarebbe commisurato:

  • al valore del patrimonio dissipato;
  • o al valore delle agevolazioni fiscali perse;
  • o al valore degli altri vantaggi economici assicurati all’ente dall’appartenenza al Terzo Settore (nel caso di perdita della qualifica di ETS).

 

E gli enti che non si iscriveranno al RUNTS?

Per gli enti non profit che decideranno di non iscriversi al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore resta in vigore l’art.18 del Codice civile.

Tale articolo prevede un regime di responsabilità molto simile a quello disposto dall’art.28 del Codice del Terzo Settore.

Quindi i profili di responsabilità descritti dall’avvocato Daniele Valeri nel suo  articolo  restano validi per tutti gli enti non profit.

 

Cosa fare per contenere le responsabilità?

Una soluzione potrebbe essere richiedere il riconoscimento della personalità giuridica dell’ente da parte dello Stato.

La personalità giuridica permette alle associazioni di rispondere alle obbligazioni economiche solo ed esclusivamente con il proprio capitale sociale (per saperne di più consiglio di leggere  questo articolo).

Ma per richiedere il riconoscimento della personalità giuridica, l’ente deve avere alcuni requisiti specifici ed un capitale vincolato.

Inoltre ottenere la personalità giuridica:

  • sottopone l’ente ai vincoli, ai controlli e alle sanzioni previste dal Codice civile per le associazioni riconosciute e le fondazioni (artt.18 e seguenti);
  • obbliga l’ente a rendere noti ai terzi le vicende interne dell’ente stesso.

Tutto ciò rende questa strada impraticabile o svantaggiosa per molti enti non profit.

Quindi, alla fine, i consigli che mi sento di dare ai dirigenti non profit sono legati alla costruzione di un metodo di lavoro solido ed efficace, che li faccia lavorare più serenamente:

  • continuare a lavorare con serietà, impegno e la massima attenzione, approfondendo le questioni prima di decidere;
  • aggiornarsi continuamente per essere sempre in grado di affrontare i cambiamenti, sia interni che esterni;
  • costruire percorsi di formazione per il gruppo dirigente ed i volontari nei settori dove si è carenti e che sono strategici per l’ente (per esempio: amministrazione, raccolta fondi, comunicazione, progettazione, ecc.);
  • affidarsi all’esperienza di consulenti che vengono dal mondo non profit (come noi), quindi ne conoscono bene i problemi e le capacità.

Germana Pietrani Sgalla

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